Obama, 450 miliardi per il lavoro
NEW YORK - Barack Obama passa alla controffensiva, risfodera la grinta da campagna elettorale, lancia un ultimatum ai repubblicani: se siete contro le tasse, abbassatele ai lavoratori dipendenti, riducetele agli imprenditori che assumono, vi sfido a dire no a questo piano, è pieno di idee a cui la destra in passato seppe dare il suo appoggio. E’ col tono di chi vuol dare battaglia che il presidente ha lanciato, in un discorso a Camere riunite, il suo American Jobs Act, la manovra per rilanciare l’occupazione. 450 miliardi di dollari di investimenti pubblici, grandi opere infrastrutturali, inclusa la modernizzazione di 35.000 scuole.
Ai datori di lavoro che assumono disoccupati in cerca di lavoro da oltre sei mesi, un bonus di 4.000 dollari. Alle famiglie dei lavoratori dipendenti, 1.500 dollari di alleggerimento della trattenuta fiscale in busta paga. Presentandola come l’ultima speranza, in un’economia in bilico che può ricadere in recessione, Obama dice: “Stasera ci riuniamo qui in un momento di urgenza per la nostra nazione. Continuiamo ad affrontare una crisi economica che ha lasciato milioni di nostri concittadini senza lavoro, e una crisi politica che ha peggiorato le cose”. Ma i milioni di americani senza lavoro “non hanno tempo da perdere con i giochi della politica”. Sono cresciuti “in un’America dove il duro lavoro e il senso di responsabilità venivano premiati. Se ti comportavi bene, in questo paese potevi farcela. Ma da decenni il nostro contratto sociale sta disintegrandosi”.
La sfida, dura,
al Congresso: “La questione stasera è se di fronte a una crisi nazionale saprete fermare il circo della politica e fare qualcosa per aiutare l’economia”. Ecco dunque la proposta di legge che il presidente sottopone alla Camera (dove la destra è maggioritaria) e al Senato: si chiama American Jobs Act, letteralmente la Legge sui posti di lavoro americani, un tocco patriottico che non guasta. Subito mette in guardia la destra che finora ha boicottato ogni sua proposta: “Qui dentro ci sono misure che in passato sono state appoggiate sia dai democratici che dai repubblicani. E ogni spesa ha la sua copertura”. Dunque non è una legge che aumenta il deficit pubblico. Lo scopo della manovra è semplice: “Farà nascere più posti nel settore dei lavori pubblici, più posti per insegnanti, più posti ai reduci di guerra, più posti ai disoccupati di lungo termine”.
Innanzitutto grazie agli sgravi fiscali: il presidente vuole dimezzare quella “payroll tax” che è la ritenuta alla fonte sulle buste paga, il “cuneo fiscale” ripartito fra dipendenti e imprese per finanziare la Social Security. Un esempio del suo effetto: per una piccola impresa con 50 dipendenti il risparmio netto equivale a 80.000 dollari. “E’ una proposta che fu appoggiata da 50 deputati repubblicani - rilancia Obama - dovete approvarla, e subito”. Il tono è perentorio, Obama ha davanti a sé i parlamentari ma parla alla nazione intera nell’ora del massimo ascolto (a pochi minuti dall’inizio della stagione di football), le sue parole sono una lama a doppio taglio: se la destra vuole sabotare anche questa iniziativa, il discorso suonerà come una requisitoria in campagna elettorale. “Varate questa legge e possiamo mettere subito tanta gente al lavoro per ricostruire l’America, i nostri ponti e le nostre strade che cascano a pezzi. Perché dobbiamo star fermi mentre la Cina costruisce più aeroporti e ferrovie? Proprio mentre milioni di senza lavoro potrebbero costruire le stesse cose qui in America? Non ci sono scuse. Mentre in Corea del Sud aumentano il corpo insegnante, noi stiamo licenziando professori in massa”.
Poi affronta la parte più delicata: come finanziare l’American Jobs Act in modo da far sì che non aggiunga un solo dollaro al deficit? Qui Obama adotta una via mediana: “Modesti tagli ai programmi di spesa sanitaria Medicare (anziani) e Medicaid (indigenti)”, affiancati però dalla “riforma fiscale che chieda agli americani più ricchi e alle imprese di pagare la loro parte equamente”. Per i repubblicani più intransigenti questo è un tabù: non vogliono sentir parlare di nuove tasse, neppure se si tratta di recuperare gettito eliminando elusioni fiscali e scandalosi privilegi per il Big Business. E qui il tono di Obama è da comizio elettorale, battagliero e sferzante: “Mentre la maggioranza degli americani fa fatica ad arrivare a fine mese, una minoranza opulenta e le grandi imprese godono di privilegi fiscali esclusivi. Warren Buffett (il secondo miliardario più ricco d’America, ndr) paga un’aliquota fiscale inferiore a quella della sua segretario: uno scandalo che lui stesso ci chiede di abolire”.
La normativa fiscale, dice il presidente, “dovrebbe favorire le imprese che creano più lavoro, non quelle che possono permettersi i migliori lobbisti”. Questa, conclude sarcastico, “non è lotta di classe, è matematica, ci sono scelte da fare ed è chiaro dove sta l’interesse della maggioranza degli americani”. Quello che Obama rifiuta con sdegno, “è che questa crisi economica venga usata come un pretesto per spazzare via le tutele fondamentali su cui gli americani hanno fatto affidamento per decenni”. La geografia del prossimo scontro elettorale, con in palio la Casa Bianca nel 2012, è ormai tracciata: per il presidente la destra che dice solo no è la forza reazionaria che vuole distruggere tutto il patrimonio di diritti sociali edificati dal New Deal rooseveltiano in qua.
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